Molto bene carissimi amici, eccoci a recensire il film che ha premiato Leonardo DiCaprio con un altro oscar: “One Battle After Another”. E' un film che colpisce per la sua capacità di essere, allo stesso tempo, duro e profondamente umano. Paul Thomas Anderson, il regista, costruisce una storia che all’inizio sembra ruotare intorno alla tensione, agli inseguimenti e a un passato politico ingombrante, ma presto rivela qualcosa di più intimo: il ritratto di persone che portano addosso ferite che non hanno mai smesso di sanguinare. Il protagonista, Bob, interpretato da Leonardo DiCaprio, appare come un uomo sospeso tra ciò che è stato e ciò che non riesce più a essere. Vive con l’aria di chi continua a combattere guerre che gli altri hanno già dimenticato, e questa sua ostinazione lo rende allo stesso tempo fragile e inquieto. La figlia, Willa, è la sua ancora — la presenza che dà calore a un film che, senza di lei, sarebbe dominato solo da paranoia e ombre. L’antagonista Lockjaw non è tanto un villain tradizionale quanto un’emanazione del passato stesso, la personificazione di tutto ciò da cui Bob ha cercato inutilmente di fuggire.
One battle after another: trama
Bob Ferguson è un ex rivoluzionario che anni prima faceva parte di un movimento radicale chiamato French 75. Dopo aver abbandonato la vita attivista, si nasconde insieme alla figlia Willa, vivendo una vita ai margini, segnata da paranoia e dipendenze. La figlia, che ha ormai raggiunto l’adolescenza, viene istruita da un sensei di karate (personaggio interpretato da Benicio Del Toro).
La quiete di Bob viene infranta quando riemerge il suo vecchio nemico, il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), figura autoritaria e minacciosa, ora al comando di una milizia suprematista. Nel momento più drammatico, Willa sparisce, costringendo Bob a tornare in azione: non solo per salvarla, ma anche per affrontare il passato che credeva di aver lasciato alle spalle. Nel corso del film, Bob si allea con alcuni vecchi compagni, come Deandra (Regina Hall), per combattere contro Lockjaw e il suo oscuro progetto. La ricerca di Willa diventa un viaggio pericoloso, fatto di esplosioni, scontri politici e rivendicazioni ideologiche. Willa, dal canto suo, scopre verità scomode sulla propria famiglia: la sua identità, le bugie e i segreti che la legano sia al padre che al colonnello Lockjaw. Alla fine, la lotta non è solo fisica: è una battaglia interiore tra generazioni, tra ideali rivoluzionari e realtà contemporanea, tra chi vuole salvare la memoria e chi vuole dominarla.
Un film che "ipnotizza"
Anderson dirige con una sicurezza quasi ipnotica: la macchina da presa scivola tra momenti di violenza improvvisa e silenzi tesi, come se ogni scena fosse una battaglia diversa, combattuta su piani emotivi e visivi. La fotografia alterna toni spenti a improvvisi bagliori di luce, creando una sensazione di instabilità che rispecchia perfettamente il mondo interiore dei personaggi. Anche la musica segue questa logica: non invade mai lo spazio, ma emerge nei momenti più delicati come un sottofondo emotivo che amplifica sensazioni già forti.
Il film affronta temi complessi senza mai ridurli a slogan: parla di radicalizzazione, di identità politica, di eredità emotive e del peso che il passato esercita sul presente. Ma soprattutto parla della fatica di vivere quando tutto sembra una lotta continua — una serie di battaglie, appunto, che arrivano una dopo l’altra, spesso senza dare il tempo di respirare. Non è un film perfetto: alcune parti risultano criptiche, altre volutamente lente, e a volte si percepisce più interesse per i concetti che per la narrazione pura. Eppure, proprio questa sua irregolarità gli conferisce carattere. È un film che preferisce rischiare piuttosto che rimanere al sicuro nella prevedibilità.
“One Battle After Another” è un’opera che resta impressa. Non perché offra risposte facili o una trama rassicurante, ma perché mette lo spettatore davanti a una verità semplice e scomoda: tutti, prima o poi, affrontiamo battaglie che non abbiamo scelto. E a volte la parte più difficile non è vincerle, ma trovare la forza di continuare a camminare dopo che sono passate. E' un'opera ambiziosa e complessa, un mix di generi che spazia dal thriller politico alla commedia nera, con venature di dramma familiare.
Anderson sfrutta i suoi caratteristici lunghi piani sequenza non solo per mostrare l'abilità tecnica, ma per immergere lo spettatore nella confusione e nel flusso di coscienza dei personaggi. Questi piani creano un senso di spazialità continua e ansiosa, particolarmente efficaci nelle scene di folla o di tensione crescente. C'è una preferenza per le inquadrature ampie che spesso contengono diversi livelli di azione, costringendo lo spettatore a "lavorare" per cogliere tutti i dettagli. Allo stesso tempo, si alternano primi piani claustrofobici che catturano l'intensità emotiva e la crescente angoscia dei protagonisti. Il movimento della telecamera è spesso fluido e intenzionale, ma può diventare bruscamente frenetico durante gli scontri o le fughe, riflettendo il caos mentale o fisico dei personaggi. Il film gioca con i salti temporali e le ellissi narrative, contribuendo al senso di memoria frammentata e al passato che ritorna. Il montaggio non è lineare nel senso convenzionale, ma segue una logica emotiva e tematica. Il ritmo è inizialmente lento e metodico, permettendo l'accumulo della tensione e l'esplorazione dei dialoghi e delle atmosfere. Man mano che la paranoia e l'azione crescono, il ritmo accelera notevolmente, culminando in sequenze finali serrate e caotiche. Unico neo, il finale che smorza di parecchio il ritmo; poteva finire diversamente.
Voto: 8
Eug.

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