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Perché dovresti vedere "Le città di pianura" Recensione di un road movie italiano

Bene carissimi amici, parliamo di "Le città di pianura", un film tutto italiano, uno di quelli che colpisce (il fegato soprattutto, ma capirete perché). Sossai, al suo secondo lungometraggio, dipinge un affresco del Nord-Est italiano (il Veneto, specificamente) che è lontano anni luce dalle cartoline turistiche o dalla narrazione dell'efficienza imprenditoriale. È un ritratto della provincia profonda, quella nebbiosa, cementificata e bagnata da litri di spritz e vino bianco scadente.



La storia segue due protagonisti sulla cinquantina avanzata, Doriano (interpretato da Pierpaolo Capovilla, noto frontman de Il Teatro degli Orrori, al suo debutto come attore protagonista) e Carlobianchi (l'attore Sergio Romano).
I due sono amici di vecchia data, figure marginali, quasi dei vitelloni felliniani invecchiati male, che passano le giornate tra bar di paese e strade statali anonime.
La trama si innesca con un pretesto semplice: devono raggiungere l'aeroporto per accogliere un vecchio amico che torna dall'Argentina. Questo viaggio, che dovrebbe durare poche ore, si trasforma in un'odissea immobile e circolare. Lungo la strada caricano un giovane studente napoletano (Filippo Scotti, visto in È stata la mano di Dio), che diventa lo spettatore silenzioso e incredulo del loro delirio.

La scelta di Pierpaolo Capovilla è la mossa vincente della pellicola. Con il suo volto scavato e la sua voce teatrale, Capovilla non "recita" nel senso classico; è Doriano. Incarna perfettamente una disperazione vitale, urlata e alcolica. Al suo fianco, Sergio Romano offre una prova più misurata ma altrettanto potente, creando un duo comico-tragico che ricorda, in versione cupa, le dinamiche di "Amici Miei" o i personaggi di Kaurismaki.

Il titolo "Le città di pianura" (che strizza l'occhio ironicamente a Proust e alla Bibbia) si riferisce in realtà al concetto urbanistico di "Città diffusa": quel paesaggio veneto dove non c'è più distinzione tra campagna e città, un continuum di capannoni, villette a schiera, rotonde e bar. Sossai riprende questi luoghi con una fotografia che ne esalta lo squallore ma anche una strana, desolata bellezza. Non c'è orizzonte, solo cemento e cielo grigio.


La potenza interpretativa di Capovilla



Il pessimismo radicale che pervade l'opera rischia di soffocare lo spettatore. L'insistenza quasi ossessiva sul tema dell'alcolismo e della deriva esistenziale, senza offrire quasi mai spiragli di luce o vera speranza, rende la visione un'esperienza emotivamente tassante. C'è chi potrebbe trovare questa "poetica del fallimento" eccessivamente compiaciuta o monocorde, accusando il film di essere un esercizio di stile cupo che si chiude in se stesso, lasciando fuori chi non riesce a sintonizzarsi su quella specifica frequenza di malinconia disperata.

Il film parla di uomini che non hanno più un posto nel mondo. Non sono i padri saggi, né gli imprenditori di successo. Sono i "residui" di un benessere passato, che ora vivono di ricordi confusi e di un presente anestetizzato dall'alcol.

C'è un forte scontro (o meglio, mancato incontro) generazionale con il personaggio del giovane studente: lui li osserva con un misto di paura e pietà, rappresentando un futuro che per i due protagonisti è incomprensibile.

Sossai adotta uno stile asciutto. Pochi movimenti di macchina, molte inquadrature fisse che lasciano parlare i volti e i silenzi imbarazzanti. C'è un'atmosfera da "western padano": i bar sono i saloon, le auto scassate sono i cavalli, e l'unica legge è quella del bicchiere sempre pieno. Il ritmo è lento, dilatato, a tratti ipnotico, volutamente frustrante per lo spettatore che cerca azione.

Il cuore pulsante e la più grande sorpresa del film risiedono senza dubbio nella potenza interpretativa dei suoi protagonisti. Pierpaolo Capovilla si rivela una scommessa vinta: il suo non è un semplice debutto, ma un’appropriazione fisica del personaggio di Doriano. La sua maschera tragica e scavata, unita alla teatralità della voce, crea un contrasto magnetico con la recitazione più misurata e tecnica di Sergio Romano. Insieme, generano un'alchimia rara, credibile sia nei momenti di goliardia etilica che in quelli di disperato silenzio, riuscendo a evocare quella tenerezza ruvida tipica delle grandi amicizie maschili cinematografiche.

A questo si lega la capacità di Sossai di raccontare il territorio con uno sguardo inedito. Il Veneto che emerge dalla pellicola (scelta tecnica che regala una grana visiva calda e nostalgica) è un protagonista vivo: non è lo sfondo da cartolina né la macchietta del "Nord-Est produttivo", ma un paesaggio mentale fatto di capannoni, nebbia e non-luoghi che possiede una sua desolata poesia. La regia riesce a trovare bellezza anche nello squallore, trasformando la provincia anonima in un limbo universale in cui lo spettatore si sente immerso fisicamente, quasi potesse percepire l'umidità e l'odore stantio dei bar di paese. Anche la colonna sonora (curata da Krano) gioca un ruolo fondamentale, cucendo le immagini con sonorità folk scabre che evitano ogni ruffianeria emotiva.

Tuttavia, queste scelte stilistiche radicali portano con sé dei rischi che per parte del pubblico rappresentano delle evidenti debolezze. La natura stessa del film, un road movie circolare che programmaticamente rifiuta l'evoluzione narrativa, può risultare estenuante. Chi cerca una trama strutturata o un arco di trasformazione classico si scontrerà con un muro di immobilità: i personaggi girano a vuoto, ripetono gli stessi errori e le stesse battute, in un loop che mima la stasi della loro esistenza ma che, cinematograficamente, può generare un senso di frustrazione e noia.
"Le città di pianura" è un film piccolo ma importante. È un road movie che non porta da nessuna parte, perché i protagonisti girano a vuoto nelle loro stesse vite. È una commedia amarissima che fa ridere a denti stretti e lascia addosso un senso di solitudine. È il canto del cigno di una provincia che sta scomparendo o che forse non esiste più e non se n'è ancora accorta.
Voto: 8/10

Eug.

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